Visioni di Empoli

 

Di Valfredo Siemoni

 

VISIONI DI EMPOLI

 

Andrea Meini nello scegliere i temi da trasferire in pittura ha più volte mostrato di essere in grado di spaziare tra i più vari, dal ritratto alla pittura sacra al paesaggio senza mai scadere nel banale; in questa mostra, la quale riveste per lui un significato affettivamente particolare, ha scelto di privilegiare un tema ben preciso, le vedute della sua città natale, Empoli.

Parlo di vedute in senso storico, intendendo con ciò la classica veduta urbana raffigurante una porzione più o meno ampia, più o meno significativa, di un centro cittadino secondo una grande tradizione iconografica la quale, inaugurata in pieno XVIII secolo da Canaletto e Panini, è poi proseguita sino a tempi a noi più prossimi.

Parlo di vedute in senso ampio del termine poiché i temi (o meglio: il tema) prescelto da Andrea ha come unico interlocutore privilegiato il centro di Empoli ed in tal senso forse sarebbe più esatto parlare di visioni di Empoli. Se, fedelmente alla grande tradizione che ne precede l’opera, le piazze, le vie, i monumenti, appaiono immediatamente individuabili anche ad un occhio non allenato alla conoscenza della toponomastica empolese, tutto ciò viene visto in modo diverso, oggettivamente non oggettivo, e nuovo, filtrato da una sensibilità per le cose non comune e mai banale, sensibilità che ci guida a ri/scoprire parti della città in cui viviamo e ci muoviamo quotidianamente presentandola  in modo lirico ed incantato.

Un ruolo centrale di questa ri/scoperta è svolto dalla luce, intensa, chiara o chiarissima oppure romanticamente crepuscolare, ma sempre ugualmente assoluta. Ed è questa luce che fissa in blocchi geometrici case e palazzi, che dilata oltremisura i consueti spazi del quotidiano, vie piazze, strade, cortili. E’ questa luce che vivifica gli edifici ed i monumenti che fanno da sfondo alle nostre pigre giornate trascorse senza quasi accorgersi della loro secolare presenza. Ecco allora una porta socchiusa, una persiana semiarperta, una diagonale d’ombra che va a tagliare un palazzo od una strada, ed ecco allora la silenziosa vita delle cose, sorta di Still Life monumentale, trasferita dalla scala dei consueti oggetti che la nostra tradizione figurativa ci ha insegnato a conoscere, ad un metro nuovo, maggiore, appunto formata da edifici e monumenti in geometrica competizione tra luce ed ombra. Still Lanscapes potrebbero forse essere definite queste Visioni, paesaggi silenziosi (o, più correttamente: paesaggi inanimati) poiché, fedele alla tradizione del vedutismo sette-ottocentesco, la figura umana resta in esse pressochè assente o, al più, diviene un piccolo e minuscolo controluce atto ad esaltare la monumentalità dell’inserto urbano prescelto. La presenza umana, spesso indecifrabile nella sua essenza, diviene quindi una presenza/assenza, una presenza quasi in punta di piedi, quasi a non voler turbare la solennità quotidiana di piazze e strade provocando in noi una sorta di estraniamento davanti ad un qualcosa di estremamente conosciuto, appunto di quotidiano, ma reso in tal modo diversamente riconoscibile e nuovo, circostanza che, personalmente, ho immediatamente avvertito come di grande fascino.

E, per me, rivestono un loro fascino particolare i dettagli urbani ingigantiti oltre il consueto, gronde e persiane socchiuse che diventano inaspettati protagonisti di insoliti e silenziosi racconti. Inquadrature inconsuete e ravvicinate di angoli cittadini ri/visti però con un occhio nuovo e meticoloso ma sempre soffusi di tenera umanità. Questo ribaltare i piani della realtà in una sorta di dimensione quasi onirica pur conservando un forte legame con la realtà, mi ha portato alla mente i ricordi di grandi autori del recente passato e della tradizione figurativa fiorentina.

Come non ravvisarvi gli assolati meriggi dalle ombre nette e scure della pittura macchiaiola ma anche di tanta opera di Piero della Francesca (e penso ad alcuni preziosi dettagli architettonici delle Storie della Vera Croce ad Arezzo o ad altri, meno noti, disseminati dal pittore di Borgo dietro santi e Madonne dall’imponente monumentalità classica. Ma la silenziosa presenza che  emana dall’opera di Andrea Meini mi riporta anche all’affascinante pittura di Edward Hopper, statunitense, la cui opera è forse restata compressa ed un po’ offuscata dalle geniali pazzie dei quasi contemporanei pop-artists come pure dal crudo e feroce astrattismo di Jackson Pollock. In Hopper, forse  più che in Piero, ritrovo un medesimo gusto per la luce, in quei suoi giochi geometrici intessuti tra le ombre, ed una luce chiara o chiarissima, abbacinante in taluni casi, una luce che blocca e geometrizza i fondali architettonici od urbani in cui abita, come cristallizzata, un’umanità silente e dolorosamente chiusa nella propria incapacità di comunicare con altre umanità tanto tra loro affini  quanto inesorabilmente e drammaticamente lontane.

Ma quest’ultimo aspetto, centrale nella costante poetica di Hopper, appartiene tuttavia al contesto delle grandi metropoli statunitensi le quali, nei decenni centrali dell’appena trascorso secolo, andavano assumendo tale loro precisa connotazione, causa ed al contempo effetto della progressiva estraniazione dell’uomo tra gli uomini, tematica così cara al pittore statunitense.

Andrea non credo condivida un simile pessimismo. La sua umanità non è semplicemente bloccata, cristallizzata per l’eternità in un gesto o in una vana attesa di un qualcosa che, lo intuiamo in Hopper, non giungerà mai, come il mitico Godot. Nella sua pittura questa umanità semplicemente non è, èassente, come momentaneamente fuggita od impegnata da un’altra parte a noi ignota, come in un altro mondo, in un’altra dimensione, forse parallela, ma al contempo enormemente distante. Di lei, di questa presenza umana assente, restano talvolta gli oggetti abbandonati, biciclette o borse della spesa, quasi lasciati da un passante distratto il quale -forse- non tornerà mai più a recuperarli. Questi piccoli, apparentemente insignificanti, brandelli di una vita fuggita chissà dove, o, forse -semplicemente- in attesa dietro un angolo immerso in un’ombra profonda o nascoste al riparo di una finestra socchiusa o entro un vecchio portone semiaperto, tutto questo provoca in noi, meri osservatori di una vita appena fuggita, un dolcissimo senso di melanconia, uno struggimento lieve e forse crudele affine alla sehensucht dei grandi autori della pittura romantica germanica.

E, su tutto, di nuovo, incombe la luce: una luce fredda, pierfranceschiana, che blocca e cristallizza la scena accentuandone la poetica malinconia che pervade le scene urbane dipinte da Andrea Meini.

A questa particolare dimensione degli affetti, tutt’altro che fredda e distante ed invece, quasi paradossalmente umanissima, concorre anche la maestria tecnica dell’autore, il quale, con estro novecentista, non adotta la classica stesura ad olio o altro oppure la tradizionale tempera ma affida le sue suggestioni, le sue Visioni , all’acquarello. Proprio quell’acquarello spesso relegato dalla grande tradizione, quella stessa alla quale Andrea attinge e trova ispirazione, al momento preparatorio dello studio, e dell’abbozzo, alla transitorietà dell’attimo e alla fugacità del momento, il piccolo schizzo talvolta magistralmente stilato su foglietti di piccole dimensioni, ma quasi mai assurto a vera opera pittorica.  Nel caso di Andrea questo, forse in modo non scevro di un certo vezzo anticonformista, viene portato a dimensioni per esso inconsuete, quelle monumentali della grande e classica pittura su tela. Ritengo che anche questo non comune aspetto contribuisca a creare in noi quel senso di straniamento in cui ritrovo uno dei principali momenti dell’opera di Andrea che maggiormente mi affascina, quasi costringendo noi osservatori a staccarci a fatica dall’opera, a distogliere lo sguardo da questo o da quel dipinto che magneticamente attrae la nostra attenzione, restando come spiazzati ed interdetti davanti alla novità di questa pittura la quale rovescia e ribalta le consuete gerarchie tradizionali e le Accademie.   

L’anima della Città, ovvero un ritratto di Empoli

   I lavori di Andrea Meini sono realizzati dal ottobre 2015 al luglio 2016.

Gli acquarelli descrivono una media cittadina del centro della Toscana, Empoli, con le sue radici, i suoi spazi identitari, il suo passato e il suo presente.

Gli spazi raccontati rappresentano però ciò che non vi è mai raffigurato: l’uomo.

La città esiste perché esistono i suoi abitanti e così Empoli può essere letta non solo nella sua identità locale ma anche come simbolo di città, di spazio creato e vissuto dalla comunità.

La città è il luogo della vita collettiva dove si intrecciano e si stratificano tempi e spazi per dar vita ad un luogo unico, creazione unica degli abitanti che quello spazio hanno animato.

La città è la realizzazione materiale della realtà umana collettiva.

E’ la città che rappresenta l’uomo come elemento sociale e sono quindi le modifiche urbane che rispecchiano i cambiamenti della dimensione sociale.

Il degrado dell’ambiente urbano è il degrado della vita collettiva, il segno dello scadere dell’interesse verso uno spazio condiviso.

La città svuotata dalla sua comunità, dalla sua anima, rimane spazio morto in cui si snodano vite individuali che, persa la dimensione collettiva, si racchiudono nell’esclusiva dimensione privata.

La città di Andrea Meini non è solo città, è il risultato della vita sociale che rischia di perdersi nell’individualismo del presente. Gli esseri umani non sono mai fisicamente raffigurati ma se ne deduce la presenza dalle tracce della vita cittadina: gli edifici pubblici, le strade, le case. L’anima che tiene questi spazi vivi.

Persiane socchiuse, panni stesi ad asciugare, l’ombra fresca degli androni che ristora dall’afa estiva, le auto sotto la pioggia autunnale sono tutti simboli della città, meglio, delle città.

Il protagonista è il centro abitato con il suo spirito collettivo che somma e trascende le singole vite che l’hanno attraversata; la Città costruita ed abitata sintesi di uno spirito che supera i singoli per crearne uno proprio, un’anima, una atmosfera che le appartengono e la rendono unica ed universale.

                                                                                Alessandra Lucci

Collegiata Di Sant'Andrea Empoli 139x174 acquerello 2016

Piazza De'Leoni 76x56 acquerello 2015

Via De Neri 42x142 acquerello 2016

Facciata in Via Chiara 44x142 acquerello 2016

Veduta dal ponte di Sovigliana 162x99 acquerello 2016

Giardini 42x150 acquarello 2016

Vicolo Gendarmeria 10x65 acquerello 2015

La mattina in via Chiara 19x28 acquerello 2017

Via de Forni 56x76 acquerello 2015

Canto del Pretorio 56x76 Acquerello 2015

Il Piaggione 56x46 acquerello 2016

Il Ponte sull'Arno 57x30 acquerello 2016

Pontorme 56x76 acquerello 2016

Via Cavour 56x76 acquesello 2016

Via della Repubblica 76x32 acquerello 2016

Palazzina rosa 32x32 acquerello 2016

Via de'Forni 68x46 acquerello 2015

Santa Maria 82x42 Acquerello 2016

Piazzetta madonna della Quiete 25x80 Acquerello 2015

Sant'Antonio Abate 53x63 acquerello 2015

La Punta 67x57 acquerello 2016

Madonna del Pozzo 152x108 Acquerello 2016

Angolo Via Marchetti 30x156 acquerello 2015

Empoli Vecchio 50x38 acquerello 2016

Santa Maria al tramonto 50x35 acquerello 2016

In via Spartaco Lavagnini 38x90 acquerello 2017

Via Ridolfi 38x90 acquerello 2017

Arco di Empoli Vecchio 36x47 acquerello 2016

Canto degli Zolfanelli 46x52 acquerello 2017

Piazza del Popolo 44x78 acquerello 2016